Inccettabili le condizioni di alienazione e disumanità del centro
Sono tornata la CIE, lo avevo promesso alle persone che mi avevano chiesto di interessarmi delle loro fatiche e sofferenze nel cercare di sopravvivere alla alienazione e alla disumanità.
mi hanno raccontato: un giorno, durante questa torrida estate, una tortora è entrata, per chissà quale percorso, dentro i "locali" del Centro di Identificazione ed espulsione. La sua vista ha portato gioia a tutti. Ma il mattino successivo la tortora era a terra morta… non era riuscita a ritrovare la strada per uscire, e la chiusura dentro le pareti e i soffitti di plexigas le è stata fatale…
Ricordo che le persone trattenute (eufemismo) non sono lì perché devono scontare pene per aver commesso delitti, ma perché il loro Consolato rifiuta di accettare il loro ingresso nel paese d'origine, o perché hanno perso il lavoro e di conseguenza il permesso di soggiorno, o perché dopo 30 anni in Italia, dopo aver lavorato e frequentato le scuole in Italia, dopo avere trovato moglie e avuto figli in Italia… non hanno più un paese d'origine che non sia l'Italia stessa.
Quanti di noi hanno avuto nonni e parenti emigranti? Quanto ci commuoviamo pensando a Sacco e Vanzetti? come possiamo accettare di tenere per 18 mesi rinchiuse in gabbia in situazione di alienazione persone che potrebbero fare percorsi di inserimento in Italia o di ri-immissione nel paese d'origine, secondo criteri di umanità e non di "tortura"?







