Trieste, 21.01.26 – «Il rischio che le case di comunità restino, almeno per il momento, dei contenitori vuoti è una preoccupante realtà che da tempo denunciamo. E la corsa della Giunta Fedriga a inaugurare nuove strutture pare vada a scontrarsi con questa possibilità anche perché va chiarito se quelle appena aperte tra Udine, Gemona e Cividale del Friuli hanno le carte in regola con i requisiti nazionali, ossia la presenza di medici del ruolo unico di assistenza primaria sulle 24 ore». Lo afferma la consigliera regionale Manuela Celotti (Pd) che attraverso un’interrogazione chiede alla Giunta regionale di fare chiarezza sulla classificazione e rendicontazione, ai fini del Pnrr, delle case di Comunità di Udine, Gemona e Cividale del Friuli.
«In occasione dell’apertura di queste strutture – rende noto Celotti – sono emerse posizioni contrastanti, riprese anche dai media, dell’Asufc e di un’organizzazione sindacale in particolare, sul rispetto di alcuni requisiti previsti dalle linee di indirizzo nazionali per la classificazione delle strutture come case della comunità hub». Infatti, continua, «va chiarito se gli ambulatori di cure primarie aperti in fascia diurna vengono gestiti con esternalizzazione di servizio invece che con medici convenzionati del ruolo unico, cioè i medici di medicina generale, con il rischio che si configurino come semplici ambulatori distrettuali piuttosto che come vere case della comunità hub». E ancora, continua Celotti, «già in altre occasioni abbiamo evidenziato che non basta cambiare la targhetta sulla porta per poter dire di aver avviato un nuovo servizio. Ma evidentemente dopo otto anni di governo della Regione e della sanità regionale, la Giunta Fedriga ha necessità di organizzare qualche taglio di nastro, anche perché le scadenze del Pnrr si stanno avvicinando in fretta e non ci sembra che ci siano molti obiettivi raggiunti da rendicontare, né sul fronte edilizio, né tantomeno su quello dei servizi che quei muri dovrebbero ospitare». Per quanto riguarda Gemona e Cividale, conclude, «abbiamo già denunciato che la trasformazione dei punti di primo intervento, precedentemente aperti h 24 in ambulatori di cure primarie diurni e guardia medica notturna, rappresenta addirittura un depotenziamento dei servizi, peraltro in aree montane che avrebbero necessità di maggiore attenzione e investimento».


